PRODUTTIVITA’ E SALARI
Un uomo vince 100.000 dollari a Las Vegas. Per difendere la sua vincita sotterra i soldi nel giardino dietro casa sua. La mattina dopo esce e trova una buca vuota al posto dei soldi. Vede alcune impronte che conducono alla casa del suo vicino. Poiché questi è sordomuto, l’uomo chiede a un professore, esperto nella lingua dei segni, di aiutarlo a parlare con il vicino. Prende la pistola e insieme bussano alla porta del vicino sordomuto. Quando questi risponde, l’uomo gli agita la pistola a un passo dal viso e dice al professore: “Gli dica che se non mi dice dove sono i miei 100.000 dollari, lo ammazzo qui sul posto!”
Il professore traduce il messaggio al vicino che risponde, a gesti, di aver nascosto i soldi sotto il ciliegio sul retro della casa.
Il professore si volta verso l’uomo derubato e gli spiega: “Si rifiuta di dirglielo. Dice che piuttosto si fa ammazzare”.
È di questi giorni la notizia che il Pil nel nostro Paese ha segnato nel 2024 un +0,5% rispetto al 2023, i consumi delle famiglie un +0,8%, ma l’esportazione è diminuita dello 0,9% mentre l’import è aumentato dell’1,2%. Gli investimenti fissi sono diminuiti di 1,2 punti e la produzione industriale è scesa dell’1,5% rispetto a un anno fa. Il Valore Aggiunto prodotto dall’industria è calato dello 0,7%, i posti di lavoro sono aumentati dello 0,5%, ma il monte ore lavorato su base annua per dipendente è diminuito dello 0,3% nell’industria e dell’1,2% nei servizi. In particolare, va evidenziato il dato sul rapporto occupazione/valore aggiunto: la prima aumenta più del doppio del secondo; segno che la produttività del lavoro, già bassa, scende anziché aumentare.
Tra il 2014 e il 2022 la produttività è cresciuta dello 0,5%, ma nel 2023 è precipitata del 2,5%. Le aziende hanno trovato più economico investire in forza lavoro che in altri fattori. Come noto, la bassa produttività della forza lavoro si accompagna a bassi salari. Contemporaneamente assistiamo ad una crescita occupazionale nelle fasi positive del mercato, ma assistiamo anche ad un’altrettanta rapida riduzione nelle fasi di contrazione di questo. Tra il 1990 e il 2021, a parità di potere d’acquisto, il salario medio italiano è cresciuto di circa l’1% (in UE +32,5%) e tra il 2020 e il 2023, a fronte di un’inflazione del 17%, il potere d’acquisto dei salari è aumentato solo dell’8%. Da tempo i Governi che si sono succeduti in Italia si focalizzano sulla riduzione del costi del lavoro (decontribuzioni, incentivi alle assunzioni, ecc.) e non sull’incremento della produttività del lavoro, con l’unica eccezione di Industria 4.0.
Questa politica, unita a una fase crescente del mercato, ha determinato due elementi contraddittori tra loro. Uno, estremamente positivo: il tasso di disoccupazione è oggi al 5,7%, inferiore dopo decenni alla media europea. L’altro, molto negativo: il tasso di inattività è ulteriormente cresciuto al 33,7% , il dato peggiore in area UE. Nel 2024 il numero di occupati nella fascia di età 25-34 anni è diminuito di 38mila unità, quello dei disoccupati di 76 mila unità, mentre quello degli inattivi è aumentato di 156mila unità: cresce costantemente il numero di giovani esclusi dal mercato del lavoro. Questo in un paese nel quale più di un terzo della popolazione adulta non lavora e non cerca lavoro!
A questa situazione affianchiamo un altro dato, estremamente preoccupante: nel 2024 tra le ricerche di personale aperte solo il 52% si sono realizzate (dato Unioncamere). È importante notare che la maggior parte delle mancate assunzioni è dovuta non tanto ad inadeguatezza del profilo professionale dei candidati (solo il 12,6% dei casi) quanto piuttosto alla mancanza totale di candidature (31,9%). La mancanza di candidature non è stata riscontrata solo per i profili professionali più professionalizzati: anche per le professioni non qualificate mancano le candidature, in percentuali analoghe a quelle delle professionalità più elevate. E’ un dato che conferma quello sull’inattività: un terzo della popolazione potenzialmente attiva non sembra essere interessata a lavorare. Campa comunque, grazie a rendite finanziarie, aiuti familiari o piccole attività marginali non denunciate. Sui grandi numeri l’evasione fiscale non è più solo quella dei grandi patrimoni, ma anche quella diffusa a cui tutti noi abbiamo ormai fatto l’abitudine come parte naturale della vita sociale.
A differenza di quanto si suggeriva con la barzelletta iniziale è bene iniziare a dirsi la verità e uscire dai facili trionfalismi di quest’ultimo periodo. Il nostro sistema economico e occupazionale ha i piedi d’argilla e deve assolutamente porsi con urgenza il tema della produttività del lavoro. Se non agiamo rapidamente su questo versante i salari rimarranno bassi e la dinamica occupazionale cambierà di segno al primo cambio di trend dei mercati. L’obiettivo è rendere le nostre imprese più competitive, non limitandoci a incrementare gli incentivi all’assunzione, ma intervenendo per sostenere l’innovazione, le razionalizzazioni produttive, gli investimenti in nuovi macchinari e il nostro export. Non possiamo nascondere la testa sotto la sabbia, solo un sistema economico performante sostiene benessere e occupazione.
Paolo Iacci, Presidente ECA, Università Statale di Milano